RAJBERTI - Arte di convitare parte prima - 1937

vi annunzio: che cioè io non pranzo mai, assoluta- mente mai, da nessuno. E ciò sia detto per convin- cervi sempre più dell'impossibilità di allusioni a chi- chessia. Io lavoro a reminiscenze lontane e confuse; sopra tipi che nessuno conosce, che non conosco più nemmen io, che forse non esistono più. Scrivo' an- cora riferibilmente a Mi lano, dove ho fatto i miei studi pratici; secondo le idee vigenti in Mi l ano; co- me se fossi ancora in Mi lano, a quei tempi ( o t e m- p o r a) ! quando, prediletto figlio della patria, mi tro- vava spesso ipotecato per una gran sequela di pran- z i, a guisa di una bella fanciulla che ha già impe- gnati una settimana prima tutti i valzer d'una festa da ballo. Al lora i conviti o sontuosi o cordial,i e al- legri sempre, mi mettevano indosso una tale viva- cità che, se credo ai critici più sottili, i miei versi e le mie prose sentivano perfino un po' del satirico. Ora l'ostracismo, i digiuni e Vaqua jontis mi han- no domato di una tal maniera, sono divenuto così prudente, meticuloso, rispettoso anche per le perso- ne indegne di rispetto che, a dirvela in confidenza, fo compassione a me stesso. Ma, replico per la terza e ultima volta, veniamo all'arte di convitare. Per la storia dei conviti vi rimetto ai molti autori che trattarono questa specialità. Il raccontarvela qui an-

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